Questa piccola città è uno dei migliori esempi della potenza del commercio che, a seconda che cambi direzione, crea lungo il proprio percorso gli insediamenti della società umana oppure li lascia andare in rovina lontano da sé. Dicearchie (così si chiamava originariamente questa città) nacque come uno dei porti e dei depositi di cui si servivano i Greci di Cuma1, insediati sulla costa esterna del Golfo di Napoli, per commerciare con le città situate all’interno del golfo; occupava infatti l’ansa più riparata e al tempo stesso più vicina all’uscita. Si trattava di due condizioni vantaggiose per le navi degli antichi, la cui tecnica poco avanzata evitava le lunghe navigazioni e contava solo sulla natura per la sicurezza dei porti. Napoli, che si trova in fondo al grande bacino di cui Pozzuoli costituisce la prima insenatura, era, secondo i marinai dell’antichità, troppo lontana dall’imboccatura e troppo esposta sulla costa. Così la grande città, che oggi da sola accoglie dietro il suo molo tutte le navi ormeggiate in quelle acque, era un tempo il punto d’incontro delle arti della Grecia e di Roma, senza però essere quello dei loro affari. Il porto che gli abitanti di Comes avevano fondato a Dicearchia divenne invece, soprattutto nel mondo romano, il principale centro del commercio tra Oriente e Occidente.
I Romani ne presero possesso durante la seconda guerra punica; Fabio2, che dopo il periodo di tregua a Capua stava vendicando a Campania, contro Annibale, la sconfitta di Canne, si stabilì a Dicearchia e, non trovandovi acqua a sufficienza, scavò, si dice, dei pozzi che diedero alla città il suo nuovo nome di Puteoli, conservato dalle lingue moderne: Pozzuoli accolse a poco a poco le navi che portavano ai suoi nuovi padroni, da ogni angolo del mondo conquistato, il tributo delle ricchezze e dell’obbedienza delle nazioni. La sua importanza, già notevole nel VI secolo d.C., raggiunse il culmine sotto l’impero di Augusto all’inizio dell’VIII secolo. Allora approdavano a Pozzuoli le navi cariche di grano egiziano, di tessuti asiatici: generi alimentari e metalli provenienti dall’Oriente.
Contemporaneamente, accanto al porto sorgevano grandi manifatture, destinate alla lavorazione delle materie prime che il mare portava allo stato grezzo e che poi riportava via, arricchite dal lavoro degli uomini. Si resero famose per la produzione di un blu artificiale, che gli antichi chiamavano «fritte di Pozzuoli», e per quella della porpora che i tintori ottenevano immergendo il gesso in calderoni riempiti con il succo rosso delle janthina3.
In mezzo a queste officine e a queste navi, c’era spazio per il pensiero. Cicerone possedeva, proprio in fondo all’insenatura di Pozzuoli, la sua tenuta a Puteloani, dove scrisse il libro delle «Domande accademiche»; si trovava lì, sospeso sopra le onde da terrazze che il mare ha eroso e di cui non restano ormai che le rovine. Dopo la filosofia, in quel luogo fece la sua comparsa il cristianesimo. Fu a Pozzuoli che approdò su una nave proveniente dalla città africana di Adrumeta Paolo di Tarso, condotto da Cesarea a Roma da Giulio il centurione, della coorte di Augusto. Il primo imperatore, rendendosi conto dell’importanza di questa posizione, volle fortificarla e ampliarla ulteriormente con opere di notevole entità. Poiché il promontorio di Miseno, visibile sullo sfondo del nostro disegno, costituiva una barriera insufficiente contro le agitazioni del mare aperto, già i Greci avevano prolungato la punta su cui sorge la città di Pozzuoli con un immenso molo, una delle opere più audaci dell’antichità, e che aveva la forma di un ponte gettato su vasti piloni, visibili anche nella nostra incisione. Augusto intraprese qualcosa di ancora più sorprendente: in questo rifugio, ai piedi delle colline che ne costituiscono la barriera occidentale, si apriva il lago Lucrino, famoso per le delizie dei voluttuosi di Baia; separato dal Lucrino da una gola montuosa, il lago Averno, famoso per i terrori del popolo e per le fantasie dei poeti, formava un altro bacino attorno al quale colline boscose e gelide si ergevano come le alte mura di un circo. Per ordine dell’imperatore, Agrippa fece bonificare l’Averno abbattendo i boschi che lo circondavano e lo unì al Lucrino, a sua volta messo in comunicazione con il mare: così che nello stesso luogo vi fossero tre porti, quello di Pozzuoli, quello del Lucrino e quello dell’Averno, in grado di soddisfare le esigenze della maestà dell’impero e di accoglierne le numerose flotte.
Non lontano da lì, nel villaggio di Bauli, tra il castello di Baïes raffigurato nell’incisione e il capo di Misene, Lucullo aveva fatto costruire in precedenza, per le esigenze delle flotte, un altro monumento in cui si manifesta anch’essa tutta la grandezza dei Romani: si tratta della piscina Mirabila, dove quarantotto massicci pilastri sormontati da archi a tutto sesto, che talvolta assumono la forma di un ferro di cavallo, sostengono questo edificio lungo 278 palme, largo 93 e alto 25; al centro è scavata una vasca destinata a raccogliere le acque, che venivano convogliate da una distanza di 40 miglia e che dovevano rifornire le navi ormeggiate nelle vicinanze; attorno alla vasca si trovavano i granai che fornivano loro il frumento. Questo complesso sotterraneo, maestoso quanto le nostre cattedrali, non è molto distante da un altro chiamato «Cento Camerelle», che aveva senza dubbio una funzione analoga e dove si ritrova la volta a crociera delle nostre chiese, scavata nella roccia stessa con un’energia del tutto selvaggia.
Una città che vantava un commercio così esteso e che era circondata da insediamenti così grandi non poteva non ricevere dagli artisti una decorazione all’altezza della sua fortuna. Infatti, l’attuale cattedrale, consacrata a San Proculo, diacono del vescovo San Gennaio e martirizzato insieme a lui, è stata ricavata da un tempio dedicato ad Augusto sorto nello stesso luogo. Sul lato orientale della chiesa si vedono ancora sei colonne corinzie scanalate, incassate nell’antico muro della cella, che sostengono l’architrave, sul quale è inciso il nome del fondatore Calpurnio e quello dell’architetto Cocceo. Le proporzioni sono imponenti e i materiali sontuosi. Secondo il racconto di Svetonio, lo stesso Augusto assistette ai giochi organizzati in suo onore da Pozzuoli in un anfiteatro di cui, a quanto pare, si possono ancora vedere i resti. Questo monumento, che oggi viene chiamato Colosseo, per imitazione di quello di Roma, potrebbe essere stato eretto in epoca precedente e presenta un’arena che è poco più della metà di quella del colossale anfiteatro costruito a Roma da Vespasiano.
Dopo Augusto, anche Pozzuoli ebbe la sua parte nelle follie della magnificenza imperiale. Caligola, volendo stupire i Germani e i Britanni contro i quali si preparava a muovere guerra, ideò di celebrare in quel porto, in memoria delle sue immaginarie vittorie sui Parti e sull’Asia, una sorta di trionfo nautico ispirato a Serse. Al molo di cui poco fa mostravamo i resti, aggiunse un ponte lungo 3600 passi che, dall’altra parte dell’insenatura, poggiava sulla riva di Baiae; Lo formò con due file di barche fissate da ancore, ricoperte di assi e sabbia, accompagnate inoltre, su ciascun lato, da parapetti simili a quelli della Via Appia. Il primo giorno, Caligola attraversò quel ponte a cavallo, portando la corona di quercia in mezzo alla folla; il secondo giorno, lo percorse su un carro trionfale, coronato d’alloro e seguito da Dario, ostaggio inviato dai Parti.
Ma il monumento più interessante di Pozzuoli è il tempio di Giove-Serapide, dalla cui storia la scienza ha tratto alcune deduzioni già riportate in questa raccolta. È proprio questo edificio che, con il suo perimetro quadrato e le tre colonne ancora in piedi, appare in primo piano nell’incisione. Nel 1750, quando furono rimossi la terra e la sabbia che lo ricoprivano, lo si trovò quasi intatto; si sarebbe potuto conservarlo e, con semplici restauri, darci un’idea chiara dei recinti sacri degli antichi. Ma si preferì spogliarlo, e si dispersero le colonne, le statue e i vasi di cui era ornato. Questo luogo, sebbene evidentemente consacrato, ospitava un centro termale dove, senza dubbio, era ammesso il pubblico. La medicina, come del resto nella maggior parte delle fondazioni dell’antichità, vi veniva praticata sotto la protezione e con il concorso della religione: la stessa pianta del monumento presenta questo duplice carattere. Il recinto quadrato era ornato all’interno da un portico sostenuto da colonne corinzie; al centro di questa sorta di atrio, quadrangolare come i chiostri dei nostri conventi, che ne sono solo una riproduzione, si ergeva una piazza circolare alla quale si accedeva tramite quattro gradini. Su questa piazza circolare, gli antiquari del secolo scorso assicurano che fu rinvenuto un tempio circolare, dove sedici colonne di marmo rosso sostenevano una cupola, senza dubbio assente al momento del ritrovamento e immaginata dai restauratori. Ciò che essi notarono con maggiore precisione fu, all’interno di questa cinta circolare, una vasca ottagonale, che serviva senza dubbio per le grandi abluzioni. È esattamente la forma dei battisteri cristiani del IV secolo, così come la si ritrova a Roma in quella sala imperiale del Palazzo Lateranense, chiamata, a mio avviso, in modo piuttosto improprio «battistero di Costantino». Sullo stesso modello furono costruiti, nel IV secolo, il battistero di Aix e quello di Riez in Provenza, nonché quello di Ravenna in Italia. È evidente che i cristiani abbiano preso in prestito il disegno delle loro piscine da queste vasche ottagonali racchiuse in un colonnato circolare, che dovevano servire, presso gli antichi, a immersioni in parte mediche e in parte religiose. A Pozzuoli, dietro il peristilio quadrangolare al centro del quale sorge questa rotonda, si trovano sale quadrate che dovevano essere impiegate per bagni privati, e non, come si è sostenuto, ad uso esclusivo dei sacerdoti, Il carattere sacro del monumento riemerge in una grande abside situata su uno dei lati corti, che era senza dubbio il luogo riservato alla statua del dio; è proprio davanti a questo santuario che si ergono le grandi colonne, i cui fusti, conservati intatti dalla sabbia accumulata, sono stati solcati dall’erosione e dal sale marino a un’altezza che ha dimostrato ai naturalisti quanto queste coste dovessero aver cambiato aspetto e fino a che punto la marea vi si fosse a lungo mantenuta. Le acque coprono ancora oggi l’intero pavimento del recinto, proteggendo così i vari marmi dall’usura causata dai passi dei visitatori. Questo monumento, che suscita così tante serie domande, è stato considerato un’opera del VI secolo d’epoca romana; ciò sembra riflettere un’idea singolare del gusto che regnava in Italia al tempo della seconda guerra punica. È difficile che gli stessi Greci, che potrebbero essere stati, in effetti, i costruttori di questo tempio, fossero allora giunti allo stato indicato dai resti. Ho formulato alcune osservazioni che porterebbero a pensare, o che gli stessi Greci avessero acconsentito, prima del secolo di Augusto, a tutte le convenzioni della decadenza, o che il tempio di Giove-Serapide sia posteriore a quell’epoca. È innanzitutto certo, a giudicare dai soli resti dei capitelli ritrovati, che gli ordini ionico e dorico vi si associavano a quello corinzio: il che è evidentemente contrario alle leggi, correttamente comprese, dell’arte greca, per la quale la colonna è un indicatore assoluto destinato non solo a misurare una parte dell’edificio, ma a caratterizzarne l’intero complesso. Solo i Romani poterono cominciare a interpretarla diversamente quando, stravolgendo questa bella arte e volendo metterla al servizio delle loro esigenze più complesse, trasferirono la colonna greca in monumenti dove essa perdeva evidentemente il suo valore originario in mezzo a una massa enorme. È così che nel Teatro di Marcello, costruito da Augusto, si ritrova l’ordine ionico sopra quello dorico; è così che nel Colosseo, eretto da Vespasiano, si vedono i tre ordini ammucchiati l’uno sull’altro, e non sufficienti nemmeno all’immenso sviluppo di quell’anfiteatro, la cui corona rimase priva del loro ornamento. In tutte queste costruzioni, come nel tempio di Pozzuoli, la colonna non è più che un ornamento; ha cessato di essere un regolatore distinto e unico.
Ma nel tempio di Giove-Serapide si possono osservare altri indizi che ne posticiperebbero ulteriormente la costruzione, o che potrebbero giustificare una revisione piuttosto inaspettata della storia dell’architettura antica. Si è notato nei monumenti delle epoche più avanzate del Medioevo, agli angoli sporgenti delle nicchie che decorano il portico o i campanili, delle colonnine incassate che dagli edifici romani sono passate a quelli gotici, diventandone una delle caratteristiche principali. A prescindere da queste piccole colonne, per così dire perse nelle scanalature delle nicchie, si sono viste ovunque, nei monumenti dell’Europa cristiana, e soprattutto in quelli che, come la basilica di San Marco a Venezia, derivano direttamente dall’arte bizantina, le colonnette accoppiate su mensole dove formano una decorazione fastosa e inutile. Si sapeva bene che questo lusso sterile delle piccole colonne ornamentali era stato conosciuto dai Romani al tempo del loro declino. L’arco di Giano Quadrifronte, eretto sul Foro Boario e, secondo quanto si ritiene, all’epoca di Settimio Severo, ne offre già un esempio piuttosto complesso. Si ritiene che lo stesso sistema decorativo fosse in uso nelle Terme di Caracalla, dove tuttavia oggi non ne sono più visibili tracce. Da lì si diffuse nei monumenti eretti da Diocleziano e da Costantino; fu poi trasportato da quest’ultimo, in tutto il suo sfarzo, ai confini dell’Oriente, da dove tornò, dopo alcuni secoli, arricchito ulteriormente da tutta l’opulenza dell’Asia. Questo gioco infantile, che segnava così l’ultimo declino dell’arte antica, era accompagnato da un movimento inverso che, conferendo invece alla colonna una nuova utilità, produceva il germe fecondo dell’arte delle nazioni moderne. Mentre la colonna veniva prodigata nelle decorazioni esterne dove non aveva nulla da sostenere, grazie a un uso più felice della stessa generosità, essa veniva impiegata all’interno per sostenere gli archi a sesto ribassato dell’architettura romana, la quale, liberandosi allora dagli ultimi legami con l’arte greca, diede origine all’arte del Medioevo. Così, il diverso impiego della colonna è la causa principale e l’indizio più evidente delle grandi rivoluzioni dell’architettura. Se le mie osservazioni non sono state fuorvianti, il tempio di Giove-Serapide offre già un esempio considerevole di questa deviazione che ha segnato il passaggio dall’arte antica a quella moderna. Infatti, nella sala che mi è stata mostrata come un tempo utilizzata per i bagni dei sacerdoti, ho osservato innanzitutto delle colonnette incassate negli angoli delle nicchie; poi, al di fuori delle nicchie stesse, delle mensole evidentemente destinate, come nell’arco di Giano Quadrifronte, a sostenere tali colonnette, ripetute lì con un lusso del tutto superfluo. Spetta agli antiquari, che godono continuamente della vista di questo monumento, stabilire se la mia osservazione sia corretta e cercare altre ipotesi con cui poterla spiegare. Per quanto mi riguarda, poiché ritengo di non aver fatto un'osservazione superficiale, sono costretto a concludere che o il tempio di Giove-Serapide appartiene all'epoca di Caracalla, oppure che il sistema delle piccole colonne decorative non è stato inventato dai Romani del III secolo dell'era cristiana, ma era già praticato dagli stessi Greci tre secoli prima di tale era.