Ischia.

L’isola d’Ischia è una delle meraviglie di questo golfo di Napoli, così noto, così celebrato, e a cui non mancano mai né l’entusiasmo dei poeti, né la presenza degli stranieri.
Questo golfo, illustre per tanti ricordi e ricco di bellezze naturali e monumenti d’arte, è solitamente percorso in due giorni dai viaggiatori che cercano piuttosto impressioni che ispirazioni o oggetti di studio.
La prima giornata è dedicata a visitare tutta la parte orientale, che si estende da Napoli al capo di Sorrento, e che offre in uno spazio di poche leghe più meraviglie di quante ne contengano il resto d’Italia, e forse l’Europa intera: Ercolano, Pompei, il Vesuvio, la pianura di Sorrento, Sorrento, patria del Tasso; i Galli, scogli delle Sirene; Capri e la sua grotta azzurra; Capri, l’antica Caprea, ancora piena del nome di Tiberio.
La seconda giornata riposa dalla prima. Offre un interesse di dettagli e di ricordi meno pressanti e più vaghi. Non si tratta più di città intere emerse dalle ceneri del vulcano per rivelarci i segreti intimi dell’antichità. Alla casa del poeta tragico, alle strade solcate dai carri, alla via delle tombe, a questi dettagli della vita domestica degli antichi, succedono luoghi pieni dei monumenti del loro culto, già consacrati ai loro tempi dalle tradizioni del passato e dalle rivelazioni della vita futura.
Dopo aver contemplato alla punta del Pausilippo il tempio di Venere Euplèa, protettrice dei marinai, il viaggiatore sbarca sulla spiaggia dove scese Enea. Percorre i Campi Flegrei, si imbarca sull’Averno, e visita il tempio di Apollo e la grotta della Sibilla. Presto il suolo spoglio, che brontolava e fumava sotto i suoi passi, mostra una vegetazione più attiva. I Campi Elisi si estendono sotto i suoi occhi. Qui termina l’esplorazione litoranea del golfo; ma la seconda giornata non è ancora finita: resta ancora da visitare le isole d’Ischia, di Nisida e di Procida. Parleremo qui della prima.
Questa isola, che gli antichi chiamavano Enaria, non era celebre tra loro che per le sue acque minerali, di cui la vestale Attilia Metella provò la salutare influenza. Queste acque, in parte inghiottite durante il terremoto del 1828, non fondano da sole la celebrità di Ischia.
Separata dalla costa da un canale largo due leghe, questa piccola isola offre in uno spazio ristretto la concentrazione di bellezze di ogni genere che arricchiscono il golfo di Napoli.
La sua popolazione, che ammonta a ventiquattromila anime, è distribuita in diversi villaggi, i principali dei quali sono: Casamicciola, Forio, Panza, Barano, Fontana, e infine Ischia, capitale dell’isola, difesa da un’imponente fortezza.
La città di Ischia ebbe come fondatori, secondo Strabone e Plinio, i Caledoni dell’Eubea; fu successivamente posseduta dai Greci, dai Romani, dai Goti, dai Longobardi e dai Normanni.
Spesso presa e ripresa nelle guerre di cui il regno di Napoli fu a lungo il teatro, Ischia fu inoltre esposta per diversi secoli alle incursioni dei pirati africani.
Quando il marchese d’Elvasto comandava a Ischia, il corsaro Aridan-Barbarossa, irritato contro questo valoroso capitano che aveva inflitto grandi perdite ai Turchi, sbarcò vicino a Forio e saccheggiò questo borgo così come Panza, Barano e tutto il territorio fino alle porte del castello, portando via quattromila isolani che furono venduti come schiavi.
Ma i mali della guerra, uniti ai flagelli naturali che spesso desolarono Ischia, non hanno diminuito la numerosa e bella popolazione di quest’isola, i cui abitanti sembrano partecipare alla fecondità del suolo.
Sbarcando alla Marina d’Ischia, il viaggiatore si vede circondato, pressato da una folla numerosa di asini meno fastidiosi dei loro conduttori. Quando, per sfuggire ai calci dei primi e alle insistenze dei secondi, ha scelto una cavalcatura, la folla si scosta e lo lascia passare.
Può allora, a qualche distanza dal luogo dello sbarco, congedare l’inutile e ingombrante cicerone e avanzare senza guida nell’interno dell’isola.
Bei bambini semi-nudi, donne di una bellezza severa, bizzarramente ma nobilmente vestite, cariche di vasi la cui forma ha conservato la grazia antica, indirizzeranno il suo cammino in un dedalo di sentieri ombreggiati da alberi rari e bordati di mirti e aloe.
Se il caldo lo invita a fermarsi presso qualche povera abitazione, la sua sorpresa sarà grande nel trovare sorbetti e bevande ghiacciate in queste dimore prive dei più semplici prodotti dell’industria.
Questi preziosi rinfreschi sono dovuti alle nevi che si conservano per tutta l’estate nei profondi burroni dell’Epomeo, vulcano spento che occupa il centro dell’isola e che gli stranieri non mancano di visitare.
L’ultima eruzione dell’Epomeo ebbe luogo nel 1302; le scarpate e le basi della montagna si sono da allora coperte di un suolo meravigliosamente fertile che si estende ogni giorno sulle lave raffreddate. Il sentiero che conduce, attraverso Barano e Fontana, all’eremo di San Nicola, situato sulla sommità del vulcano, presenta in un tragitto abbastanza breve aspetti il cui carattere cresce a ogni passo.
All’inizio non è che un sentiero che serpeggia sui fianchi di una montagna boscosa, giustificando tutto ciò che l’egloga antica ha descritto di nobilmente agreste e ciò che l’idillio moderno ha sognato di grazioso, Virgilio e Gessner, Poussin e Watteau. Frutti, belli come fiori, pendono su sorgenti di acque calde che fumano sotto fresche ombre.
Presto l’acquedotto romano, che porta al borgo d’Ischia le acque dell’Abuceto, getta da una roccia all’altra le sue alte arcate rosse cariche di tutte le varietà della grande famiglia dei cactus.
Infine, uscendo da Fontana, la vegetazione diventa più rara, la lava perfora i prati che non tardano a scomparire; grandi massi dividono la strada o la sovrastano, calde vapori sfuggono dalle fessure del suolo.
A Monte di Vito la lava ha invaso tutto; il piede calpesta solo una brace ardente; nessun albero ombreggia questo suolo metallico che scintilla sotto i raggi del sole.
Si arriva infine al cratere che, spento da più di cinque secoli e mezzo colmato da movimenti successivi all’ultima eruzione, forma, con i dodici vulcani che lo circondano, un altopiano il cui aspetto uniforme attrae solo per la sua stranezza.
Da questo punto elevato trecento tese sopra il mare, la vista abbraccia tutto il golfo di Napoli, dal capo di Sorrento al monte di Circe (promontorio Circeo); e tale è la trasparenza e l’elasticità dell’aria in questi climi favoriti, che nessun dettaglio si perde in questo vasto panorama, e che i minimi rumori della valle salgono fino alla sommità del vulcano.
Traduzione italiana di un articolo pubblicato in francese nel 1835 su
Le Magasin Pittoresque. Testo originale di dominio pubblico,
traduzione di Egide Manx.